C’è una forma di mascolinità dominante che si fa fatica a riconoscere.
Non urla. Non alza le mani. Non fa proclami da bar.
Si muove tra persone istruite, brillanti, spesso attente a dire le cose giuste in pubblico.
Eppure c’è.
Nelle conversazioni private, nei non detti, nei meccanismi relazionali che le donne, a vent’anni come a cinquanta, si trovano ancora a subire.
È quella che ti interrompe quando parli.
Che minimizza le tue idee con ironia.
Che ti spiega concetti che già conosci.
Che, quando alzi un po’ la voce, ti fa pesare che non “stai usando il tono giusto”.
Che si aspetta da te eleganza e misura, anche quando lui stesso non le pratica.
Non è una questione di cultura.
La cultura da sola non disinnesca certi meccanismi. A volte li maschera meglio.
Anzi, con gli uomini “giusti”, quelli brillanti, socialmente ben introdotti, il paradosso è proprio questo:
ti ritrovi a dover stare ancora più attenta, perché il loro modo di esercitare superiorità è sottile.
E spesso non lo si può nemmeno nominare, senza rischiare di passare per quella che “esagera”, che “vede il maschilismo ovunque”, che “non sa stare al gioco”.
Il risultato è che le donne si auto-censurano.
Non dicono sempre quello che pensano.
Non usano i toni che userebbero con piena libertà.
Non si permettono il lusso (sì, è un lusso) di dire le cose male, ogni tanto.
Di arrabbiarsi, di sbagliare, di essere imperfette senza dover poi aggiustare, ricucire, giustificarsi.
Perché il maschio brillante spesso si concede tutto.
Anche di dire cose orribili, male, pubblicamente o privatamente, perché “è fatto così”.
Alla donna, invece, si chiede controllo, misura, grazia. Sempre.
Ecco, credo che finché non ci sarà per tutti (donne comprese) il diritto pieno all’imperfezione, non parleremo mai davvero di rispetto.
Non basta poter parlare.
Bisogna poter parlare con la stessa libertà, con la stessa umanità che concediamo agli uomini.
Anche quelli che sanno citare Seneca e poi, alla fine, ti spiegano perché “devi stare al tuo posto”.
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